Fame o aggressività: cosa alimentiamo?

Prestare attenzione al corpo per riconoscere i propri bisogni, fisiologici e non, e avere consapevolezza di come, cosa e perché mangiamo in un dato momento.

 

Mangiare non è solo un bisogno fisiologico primario, necessario alla sopravvivenza, ma il cibo stesso porta con sé un bagaglio di significati culturali, tali da diventare mezzo di comunicazione profondo e inconsapevole. È sufficiente pensare al neonato che, appena arriva alla luce, piange e cerca il seno materno per nutrirsi, il quale diventa simbolo di amore, accoglienza, piacere.

Il cibo è consolazione, indipendenza, scambio sociale, identità, gratificazione. Ogni aspetto di vita si riflette nel cibo che ingeriamo: cosa mangiamo, quando mangiamo, quanto mangiamo, sono tutti indicatori del nostro benessere psico-fisico, che acquisiscono senso nella cornice in cui emergono.

Il significato emerge dal contesto e cose identiche hanno significati diversi a seconda della Gestalt (forma, rappresentazione) nella quale appaiono.

Le forme che percepiamo, ovvero “quel che si vede” nell’ambiente abitato dipende dall’organizzazione degli stimoli, ma anche e soprattutto dalla personale esperienza (Polster E., Polster M., 1973).

L’uomo struttura e impone ordine alla sua percezione, organizza le informazioni della corrente sensoriale in entrata nell’esperienza primaria della figura. Una figura emerge dallo sfondo e obbliga all’attenzione, come un bisogno emerge dall’esperienza di ogni individuo e necessita azioni per essere soddisfatto (Polster E., Polster M., 1973).

 

 

Triangolo di Kanizsa, 1955 –

Lo sfondo mette in figura un triangolo, determinato da dischi circolari e segmenti. C’è una presenza fenomenica in assenza di un corrispettivo fisico.

 

 

 

Ogni elemento percettivo tende ad essere chiuso: una figura è vista come un’immagine completa e delimitata e, se presenti dei vuoti di contorno, l’uomo tende percettivamente a compensarli.

Lo sfondo, invece, non ha tale forza magnetica. Indeterminato e senza forma, la sua principale funzione è quella di fornire un contesto che dia profondità alla percezione della figura (Polster E., Polster M., 1973).

Questi principi percettivi non si adeguano esclusivamente alla visione, ma anche alle sensazioni, agli eventi, ai propri bisogni interiori. L’uomo ha una tendenza naturale a riempire i vuoti di significato. Consapevolmente o no, mette insieme le informazioni a sua disposizione ed organizza la sua conoscenza del mondo.

L’uomo è un organismo, composto da una sua corporeità, cognizioni, emozioni, comportamenti, che non possono essere considerati nella loro singolarità. Quello che noi siamo e sentiamo, così come ciò che facciamo, è il risultato dell’interazione tra le varie parti che ci compongono. Di conseguenza, sarebbe riduzionistico suddividere l’esperienza umana nelle sue particelle elementari.

In quanto organismo, l’uomo tende all’omeostasi, ossia alla ricerca di uno stato di relativa stabilità e di quiete. Nel funzionamento dell’individuo accade qualcosa che tende a disturbarne l’equilibrio in ogni momento e, simultaneamente, emerge una contro-tendenza con lo scopo di riguadagnarlo. Emerge un bisogno, diventando figura, mettendo l’uomo in una condizione di tensione e, di conseguenza, in movimento verso la sua soddisfazione. Una volta soddisfatti, i bisogni scompaiono alla coscienza e l’organismo torna in equilibrio.

Da queste urgenze, si ricava la prova dell’esistenza degli istinti, suddivisibili in due gruppi: auto-conservazione, tra cui i bisogni alimentari o di difesa; e conservazione della specie, tra cui gli istinti sessuali (Perls, 1995).

 

L’istinto della fame

Nell’utero, il bambino riceve tutto il cibo attraverso la placenta e il cordone ombelicale, un pasto liquefatto e preparato chimicamente, così come l’ossigeno necessario. Alla nascita, il cordone ombelicale viene tagliato e il neonato per sopravvivere deve procurarsi l’ossigeno e incorporare cibo ossia trasformare le molecole del latte in sostanze più semplici. Sebbene ancora non necessita di masticare del cibo e quindi di rompere sostanze solide, ha l’istinto a mordere, che emerge soprattutto quando deve succhiare il latte dal capezzolo (Perls, 1995). Spesso, il dolore della madre durante la suzione, fa sì che il bambino venga rimproverato per il suo istinto. La paura è quella di ferire con i morsi e, a sua volta, essere ferito dalla reazione materna. Più l’attività di mordere è repressa e più sono deboli le capacità del bambino di afferrare un oggetto, se e quando la situazione lo richiederà.  Mordere è la prima espressione dell’aggressività.

Trasformare cibo solido in pezzetti più piccoli e liquidi è, invece, masticare, piacere di distruggere. Inghiottire senza masticare significa reprimere l’aggressività in quanto l’uso dei denti ne è il suo correlato biologico.

La masticazione permette di assaporare il cibo, percepire ogni sostanza che lo compone, favorendo la digestione. Allo stesso modo, ogni informazione, il cibo mentale, necessita di essere “masticata” per farla propria, onde evitare che, ingurgitata per intero, “resti sullo stomaco”. Gli oggetti esterni a noi (notizie, convinzioni, credenze, sapere) meritano un’aggressione (dal latino ad-gredi, andare verso, di fronte), prima di essere assimilati e metabolizzati (Ginger, 1990). L’aggressività è un istinto positivo, necessario all’evoluzione e alla sopravvivenza.

L’individuo entra in uno stato di in-tensione, percepisce l’istinto della fame in figura e cerca del cibo. Prendere consapevolezza dei propri bisogni significa portare attenzione al proprio sentire. Ad esempio, chiedendosi: dopo aver mangiato si è veramente soddisfatti? Il bisogno è rientrato nello sfondo e si è in uno stato di equilibrio interno, di calma e piacevole appagamento?

Obiettivo di ogni trattamento, psicoterapeutico o di altro tipo, è facilitare l’equilibrio organismico, ristabilire le funzioni ottimali, eliminare le addizioni e compensare le mancanze.

Il raggiungimento dell’equilibrio organismico si compie attraverso un ciclo, di sei passaggi, chiamato metabolismo organismo-mondo (Perls, 1995):

1) l’organismo è a riposo, l’uomo è in uno stato di tranquillità;

2) un fattore di disturbo interno o esterno emerge, come una tensione;

3) entra in figura un bisogno, emergendo da uno sfondo indistinto;

4) si dà una risposta a quel bisogno;

5) c’è un conseguente calo di tensione;

6) l’organismo torna in equilibrio.

Se questo ciclo è interrotto in qualunque punto, il metabolismo organismo-mondo è disturbato e si creano conflitti psichici o sintomi psicosomatici.

Chi non usa i denti, ovvero non esprime la propria aggressività, blocca il ciclo del contatto. Vieta a sé stesso la capacità di usare le proprie funzioni distruttive a suo beneficio. Chi li usa troppo sta, invece, esprimendo delle necessità che vanno oltre l’istinto della fame.

Se è vero che i bisogni emergono da un contesto, è attraverso esso che vanno letti. Spesso, il cibo si rivela essere l’unica fonte di soddisfazione accessibile in un dato momento, permette di riempire un vuoto interno e di saziare la profonda fame emotiva.

Soltanto prendendo in considerazione il metabolismo mentale e osservando il materiale psicologico allo stesso modo del cibo fisico è possibile ri-masticarlo e prepararlo alla sua assimilazione, riscoprendo le radici dei nostri comportamenti.

 

noi sgranocchiamo la mela prima di inghiottirla,

noi critichiamo un’idea prima di adottarla”

(Ginger, 1991, pag.144)

 

Bibliografia

Ginger S. (1990), La terapia del con-tatto emotivo, Ed. Mediterranee, Roma.

Kanizsa G. (1955), Margini quasi-percettivi in campi con stimolazione omogenea. Rivista di Psicologia 49 (1): 7–30

Perls F. (1995), L’io, la Fame, l’Aggressività. Franco Angeli, Milano.

Polster E., Polster M. (1986), Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica. Giuffrè editore, Milano.

 

 

[Articolo in “La Mente che cura” – Rivista dell’Ordine degli Psicologi di Perugia Anno V, numero 5, settembre 2019]