Emozione alla lettera #3

Epistola alla Paura

Salve, signora P…P…Pa-Paura.
È da tempo che non ci incontriamo o, con esattezza, che i nostri sguardi non si incontrano.
Mi sono accorta che Lei mi spia in svariate situazioni, da quando porto fuori il cane, la sera, a quando preparo la cena per degli ospiti, fino ad arrivare a quando devo chiedere spiegazioni al mio capo, sull’ultima busta paga. 
La sua presenza mi imbarazza e mi infastidisce, ed enormi sono gli sforzi che faccio per evitarla, avrà notato. 
Tuttavia, Lei continua a starmi addosso.
Il suo sguardo mi scruta la nuca, a volte le spalle, la pancia, le gambe e riesce a raggiungere le viscere, penetrandomi come spilli, la cui punta brillante richiama la mia attenzione. 
Scintille mi attraggono e accecano la vista e fanno male e, WROOM, il mio corpo si volta dall’altra parte, con la stessa delicatezza che avrebbe se fosse rivestito da armeria pesante.
Orsù, cosa vuoi da me?
È giunto il momento di affrontarci faccia a faccia, tu per tu.
L’ho capito nell’istante esatto in cui, mentre battevo a macchina, ho udito i passi assordanti del mio superiore sempre più vicini al mio ufficio. 
Lì, i nostri occhi si sono incrociati per un minuto, eterno. Attrazione, fatale. Pensieri disordinati. < Cos’è questo odore di bruciato? Stasera, prendo la pizza. Sento freddo, devo comprare un cerco&trovo. >. Consapevolezze amare. 
Lì, nell’istante esatto in cui il mio capo ha spalancato la porta dell’ufficio, ho capito che non potevo più fingere di non vederti.
Ti ho sentita in ogni muscolo, su ogni lembo di pelle, nel respiro bloccato chissà dove. 
Le dita hanno iniziato a tamburellare l’aria, le ginocchia si sono trasformate in spighe al vento, il cuore tuonava nel petto, lo stomaco e la pancia mutate in una cassaforte blindata. 
Cosa c’è dentro?
Cosa proteggi, Paura?
Il mio capo ha iniziato ad urlarmi non-so-che-cosa, ed io immaginavo intonasse una canzone dei Nirvana. 
“With the lights out, it’s less dangerous 
Here we are now, entertain us”
“Con le luci spente, è meno pericoloso. Eccoci qui ora, facci divertire.” 
Il volume della sua voce poteva essere lo stesso di un concerto rock. “Eccoci qua, ora.” 
Non ho avuto bisogno di sovrastare il suo tono. Il mio corpo, in tutta la sua interezza, dimostrava già di essergli al di sopra. 
E, così, sono andata via.
Lasciavo un groviglio di idee spezzate, riconoscimenti attesi, soffocati disaccordi, per stringere tra le mani i miei limiti e i miei confini, la scatola nera dei miei diritti, la rabbia schiacciata nelle tasche dei jeans, orizzonti sfocati, il confronto con te.

Mia fedele Paura, ora ti scrivo su un foglio immobile, con le mani umide e il respiro pesante. 
C’è familiarità nel corpo che abito.
Avevo paura di te, paura della Paura, e scivolavo in vie secondarie per evitare di incontrarti, impugnando una mappa che dovevo consultare ad ogni passo. Fino a quando non mi sono ritrovata in un vicolo cieco.
Ti ho guardata, ma con il cuore, e la risposta è arrivata.
Proteggi me stessa.

a cura della dott.ssa Marina Di Marco