Emozione alla lettera #2

Epistola alla Rabbia

Mi sento come un vulcano in eruzione!
Rabbia, rabbia maledetta!
Immagino già il tuo sorriso beffardo quando leggerai queste righe, ma non compiacerti. Ho scelto di scriverti solo per dirti che ti ho sconfitta! Ormai, sono diventata bravissima a mascherarti: un bel sorriso, da orecchio ad orecchio, e…puff!
Nessuno ti riconosce più!
Sorrido e mi accorgo che delle rughe prendono forma sulla giuntura delle sopracciglia e gli occhi non si distendono con le labbra, le quali mostrano, ora, dei denti affilati.
Ebbene, forse avrò l’aria un po’ intimidatoria, mia incontenibile Rabbia, ma il potere del sorriso è disarmante e non sono mai stata presa per il colletto della camicia per questo.
L’unica a scuotermi sei te, quando giungi alle mie spalle silenziosa e mi accendi come un cumulo di foglie secche.
Ha inizio una melodia incerta: il cuore sembra far il rumore di un tamburo, i muscoli diventano corde di violino e la giugulare picchia come un metronomo a 160 battiti al minuto, ma è un concerto senza direttore d’orchestra!
Io, sono troppo impegnata a sorridere.
Risiedo lì, in quello spazio invisibile in cui si intreccia la paura di diventare un orso grizzly affamato con quella di avere terra bruciata intorno. E mentre sono impegnata ad intrattenermi con loro, gli eventi mi fagocitano, così come il silenzio assordante di una risposta non data.
La verità è che non ho vinto questa partita contro di te perché non l’ho mai giocata.
Ho utilizzato il sorriso per tentare di evitarti, ottenendo come risultato un Me di piccole dimensioni e un Tu, Rabbia, enorme, da comprimere nello stesso perimetro.
Come riesci ad essere così elastica nelle forme che assumi e dura nelle modalità di espressione?
Sei sale per alcuni, capace di scioglierti nell’acqua e cambiarne il gusto; e sei scoglio per altri, impenetrabile, spigolosa, affilata. Diventi roccia soprattutto con noi donne: ferma e immutabile, in mezzo al mare, anche quando fuori ci sono raffiche di vento e pioggia.
Rabbia, ti sorprenderà sapere che io ti sento nel corpo tanto quanto qualsiasi altro uomo! A furia di trattenerti, però, ho sviluppato un’indifferenza spiccata verso le parole aguzze e la capacità di voltare armoniosamente le spalle a ciò che mi ferisce, direzionandomi altrove e portando con me un baule pieno di aria grigia.
Sono affaticata da tutto questo peso.
Il bisogno di proteggermi, mi ha fatto viaggiare lontano con bagagli di piombo, ma ora è tempo di svuotarli.
È questo il reale motivo per cui ti scrivo.
Desidero tu possa diventare energia per il mio cammino, senza pensare che, al contrario, tu voglia distruggere le strade che intendo percorrere.
Conosco il tuo potere devastante. Ho imparato che per ogni urlo, c’è una voce più acuta della mia, che mi infilza il petto e arriva dritta al cuore. Ho capito che se volevo gridare, potevo farlo solo stando zitta, restando ad ascoltare, immobile, il rumore assordante della proibizione, il cui petto ne faceva cassa da risonanza.
Ma oggi, ti scrivo per chiederti una tregua in questa battaglia senza vincitori né vinti.
Ti chiedo scusa per averti soffocata per tanto tempo, nutrendoti con i miei silenzi e imprigionandoti in luoghi reconditi, così stretti per te.
Adesso, intuisco che i mal di pancia di allora, le fitte nel torace, il bruciore nello stomaco, persino i dolori al collo o nella schiena, erano le uniche vie di fuga che avevi, per riuscire a respirare.
Cara Rabbia, con questa lettera ti rendo l’ossigeno che ti spetta, grazie a parole trasparenti, che mi hanno permesso di vederti nella tua interezza e di avvicinarmi a te.
Soltanto esprimendo le mie remore, posso starti accanto, stringerti la mano e fidarmi.
Le parole sono come nuvole, non siamo soliti a dargli attenzione, eppure colorano il cielo. Se le osserviamo, uno stesso groviglio di vapori sospeso nell’aria può evocare immagini diverse in ognuno di noi, e avere il dono di cambiare il sapore alla propria giornata.

A cura della dott.ssa Marina Di Marco

“Trattenere la rabbia è come trattenere un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro;
sei tu quello che si scotta.”