Emozione alla lettera #1

Epistola alla tristezza

Cara Tristezza,
ogni volta che mi vieni a trovare l’aria diventa più densa e il respiro rallenta, così come i miei movimenti.
Le palpebre scendono di qualche millimetro e il mondo diventa più buio. C’è meno luce quando arrivi e non riesco a distinguere bene il tuo profilo.
Che forma hai?
Vorrei tanto conoscerti meglio, sapere quanto sono profondi i tuoi occhi, da quale paese vieni o da quanto tempo viaggi.
Potresti venire a trovarmi alla luce del sole?
Arrivi come l’alta marea, mi travolgi e, spesso, sono troppo stanca per riuscire a nuotare. Ci vuole molta energia per avere a che fare con te, e quando vieni, generalmente la sera, non ne ho più.
Ma poi perché arrivi sempre di sera?
Se riuscissimo a conoscerci meglio, potremmo andarcene a passeggio insieme, per i prati o lungo il fiume. Conosco un posto che potrebbe sorprenderti! Ma se mi rimani estranea, continuerai a farmi sempre un po’ paura e non starò bene in tua compagnia.
Di te, so che hai una lunga amicizia con Gravità. Lei è così entusiasta quando ci sei, che si ravviva come non mai: la sua energia mi spinge verso il parquet, il mento arriva quasi a toccare il petto, le spalle si abbassano, la schiena si incurva, le sopracciglia diventano parentesi. Tu e Gravità, insieme, avete l’abilità di arrotolare il mio corpo su sé stesso.
Come riuscite a farlo?
Ho l’idea che vogliate proteggermi e mi date la forma di una chiocciola per non farmi vedere i boschi ridotti in cenere o respirare l’aria grigia delle città, non farmi ascoltare le urla di coniugi stanchi l’uno dell’altro, mangiare alimenti geneticamente modificati o toccare i vetri rotti di un’automobile finita fuori strada. Non volete farmi sentire dolore.
Cara Tristezza, non sentire è già di per sé un dolore. È come essere un pastello, ma senza punta…come posso colorare il foglio bianco? Per questo ti scrivo. Vorrei tanto potessi temperarmi. E se questo non puoi farlo, tempera almeno la tua relazione con Gravità, moderandovi nello sfogo dei vostri sentimenti e concedendomi di riuscire a guardare un po’ più lontano. So che possiamo camminare nel mondo insieme.
Quando vieni a trovarmi, dolce Tristezza, hai tanto da dirmi, ma a volte parli così veloce che io non riesco proprio a capirti. Poi, bagni i miei occhi di lacrime e sento il cuore stringersi come una spugna.
Ogni volta che succede, mi accorgo che le lacrime aiutano i pensieri spiacevoli a scivolare via da me e il cuore ad asciugarsi più rapidamente.
Ti sono grata per il pianto che mi concedi.
Dopo, l’aria diventa più rarefatta e limpida ed io riesco a vedere più luce nell’ambiente che mi circonda.
Cara Tristezza, ti scrivo per conoscerti meglio e per ringraziarti che ci sei.
Mi aiuti a lasciar andare… e solo lasciando andare, posso aggiungere qualcosa di nuovo.

A cura della dott.ssa Marina Di Marco