Cosa resterà della pandemia?

Le misure di prevenzione associate alla richiesta di isolamento e, ancor di più alla quarantena, rimescolano e mettono in gioco le nostre abitudini.

Ci si chiede, in onor della vita, di privarci di comportamenti vitali. La distanza fisica che diventa distanza sociale per molte persone vulnerabili (e non solo) è un fattore di rischio per i problemi di salute mentale.

In una recente pubblicazione di Lancet Psychiatry (2020) si mette in evidenza come velocemente si può scivolare verso il suicidio, l’autolesionismo, l’abuso di alcol e sostanze, gioco d’azzardo, violenza domestica e abuso sui minori. Ci sono poi rischi psicosociali, quali la disconnessione sociale, mancanza di significato, sensazione di intrappolamento, cyberbullismo, stress, sentimenti legati al lutto e la perdita o rottura delle relazioni. Oltre al fatto che le stesse politiche messe in atto per fronteggiare la pandemia hanno un effetto socioeconomico che incide sul tasso di disoccupazione, insicurezza finanziaria e povertà ed inevitabilmente ricadrà sulla salute mentale.

Una delle preoccupazioni che emerge è rientrare nella “normalità”. In particolare, tra le conseguenze a lungo termine della pandemia, l’isolamento sociale e la solitudine sembrano essere quei fattori che resisteranno nel tempo.

Isolamento sociale e solitudine non sono la stessa cosa.

Isolamento sociale è non avere contatti con gli altri.

Solitudine è la sensazione di essere a tu per tu con sé stessi. Ci si può sentire soli anche in mezzo agli altri.

Una ricerca (Zelikowsky et al., 2018) ha sottolineato come un isolamento sociale protratto per più di due settimane induce cambiamenti duraturi nel comportamento: maggiore aggressività nei confronti degli sconosciuti, paura persistente e ipersensibilità alle minacce. A questi cambiamenti corrisponde un innalzamento nel tessuto cerebrale di un neuropeptide – una molecola di segnalazione – chiamato Tac2/NkB (tachichinina 2/neurochinina B), particolarmente rilevante nell’amigdala e nell’ipotalamo, strutture cerebrali che sono coinvolte nel comportamento emotivo e sociale.

È dunque evidente che l’isolamento sociale altera la psiche.

L’intera popolazione è colpita dagli effetti della pandemia ed ognuno ne risentirà in modo diverso. In particolare i soggetti vulnerabili: i bambini, i giovani e le famiglie colpiti dalla chiusura scolastica e del lavoro; gli anziani e le persone con multimorbidità; le persone che hanno avuto dei lutti in questo periodo, senza la possibilità di salutare i propri cari; le persone con problemi di salute mentale esistenti, compresi quelli con gravi malattie mentali, che potrebbero andare incontro ad interruzioni dei servizi, isolamento, esacerbazione dei sintomi in risposta alla pandemia; gli operatori sanitari che potrebbero essere colpiti dai timori di contaminazione, danno morale, stress da lavoro e burn-out; le persone con difficoltà di apprendimento e disturbi neurologici che risentono dei cambiamenti e dalle interruzioni di sostegno o di routine.

Ad acutizzare il problema dell’isolamento sociale e della solitudine è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, sottolineando le disuguaglianze per condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici e provenienza geografica.

Cosa fare in questo scenario, in cui l’essere umano è di fronte al crollo dei suoi bisogni fondamentali?

Nell’articolo di Lancet Psychiatry si risponde chiaramente: sono necessarie azioni di intervento immediate.

1.     Determinare con chiarezza quale supporto psicologico è disponibile per aiutare il personale medico e sanitario che lavora in prima linea e le loro famiglie.

2.     Comprendere quali sono le risorse che incidono sulla salute mentale. Risorse psicologiche (aumentare la resilienza e la capacità di fronteggiare gli stress), fisiologiche (promuovere un sonno ininterrotto e un’alimentazione equilibrata), strutturali (lavoro e routine quotidiane) che incidono sul benessere psicologico e mettere in atto interventi volti a promuoverle.

3.     Ricercare e promuovere soluzioni per ciò che comporta l’esposizione ripetuta ad informazioni sulla malattia del coronavirus 2019. È necessario aiutare le persone e tenersi informate da fonti autorevoli, prevenire la sovraesposizione e mitigare l’effetto di visualizzazione di contenuti traumatici.

4.     Promuovere l’altruismo, il comportamento pro sociale e il senso di comunità.

5.     Migliorare la comprensione della vita online.

I gruppi socialmente esclusi e le persone vulnerabili, inclusi prigionieri, senzatetto, e rifugiati, necessitano di una risposta su misura, come le persone con basso reddito che affrontano una grave insicurezza finanziaria, vivono in alloggi angusti e hanno scarso accesso a Internet e alla tecnologia.

È urgente la scoperta, la valutazione e il perfezionamento di interventi volti ad affrontare i problemi psicologici e sociali attesi dalla pandemia per favorire il benessere e minimizzare i rischi per la salute mentale nella società.

Nell’articolo di Lancet Psychiatry la sfida che si lancia è costruire una collaborazione tra, ad esempio, la psicologia, la psichiatria, le neuroscienze, la virologia, la medicina di terapia intensiva e medicina respiratoria. Precedenti esperienze epidemiche, scrivono i ricercatori, hanno dimostrato il “ruolo essenziale che le scienze umane e sociali svolgono nell’informazione, nella riduzione della paura e dello stigma, la prevenzione, screening, aderenza al trattamento e alle politiche”.

In questi tempi difficili, la salute mentale e la scienza dovrebbero essere sfruttate per servire la società e darne beneficio alla salute psicofisica. Per il presente e il periodo che andremo ad affrontare.

 

 

Fonti:

https://doi.org/10.1016/S2215-0366(20)30168-1

https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.03.037